Riforma del Codice della nautica: intervento in Aula

Colleghi e colleghe deputate,

il disegno di legge delega approvata dal Senato e oggi in discussione alla Camera contiene disposizioni attinenti al regime amministrativo della nautica da diporto, nonché alla sicurezza, ma voglio evidenziare soprattutto l’elemento della semplificazione del regime amministrativo e degli adempimenti relativi alla navigazione da diporto anche ai fini commerciali.
L’assenza di una nuova e più appropriata regolamentazione lascerebbe in vita regole spesso anacronistiche e, soprattutto, molto più burocratizzate rispetto agli standard europei e internazionali e, conseguentemente, porterebbe a un allontanamento dei turisti dalle nostre marinerie. È su questo particolare aspetto che incentrerò il mio intervento, dopo l’ampia e puntuale disamina fatta dal collega e relatore Mario Tullo.
Infatti, con oltre 7.800 Km di coste, questo stivale ammollo nel Mediterraneo, che è l’Italia coi i suoi 500 porti e porticcioli, e con un giacimento unico di coste, paesaggi, siti archeologici, arte, cultura, enogastronomia, ha la leadership europea e mediterranea nel turismo croceristico (ben 2,1 milioni di crocieristi nel 2015, con un incremento del 6 per cento), un presidio del 10 per cento su tutto il croceristico a livello mondiale ed una produzione di imbarcazioni da diportistica che nel mondo non ha eguali.
Oltre un quarto della domanda mondiale dei prodotti della nautica da diporto è assorbito dal made in Italy, davanti agli USA, che detengono il 14,5 per cento del mercato, e alla Germania, che detiene l’11,4 per cento di questo mercato mondiale. Una leadership assoluta, che diventa ancor più netta nella produzione di imbarcazioni, raggiungendo il 32,2 per cento, che sale fino al 37 per cento nella produzione di yacht maggiori di 24 metri. Non abbiamo eguali e la nostra tradizione marinara, il nostro design, la nostra tecnologia, la capacità imprenditoriale delle nostre maestranze hanno portato la nautica italiana oltre il 4 per cento del surplus commerciale complessivo registrato dall’Italia nel 2014. Con oltre 2,3 miliardi di dollari, il doppio della Germania, la cantieristica italiana è la prima al mondo per valore di surplus e per raggiungere un valore pari al nostro si devono mettere insieme i risultati di USA, Germania e Francia.
Tra il 2013 e il 2014, nonostante la coda della crisi, la crescita della nautica in Italia è stata dell’11 per cento, ben più del settore alimentare e vini, che ha registrato un più 3,5 per cento, della moda con un 4,1, dell’arredo-casa con un 3,5 per cento e della meccanica con un 3,8 per cento. Il 2015 sta confermando questo trend e l’aria che si respira, a pochi giorni dall’apertura del Salone nautico di Genova, è di una fiducia ritrovata dei nostri produttori e di grande interesse degli operatori di tutto il mondo.
Siamo indubbiamente ad una svolta e siamo pronti a lasciarci alle spalle un periodo difficile, in cui i provvedimenti varati nel 2012 con il «Salva Italia» dell’allora Governo Monti, con la famosa tassa di stazionamento, hanno determinato la sciamatura all’estero di 40.000 imbarcazioni verso i porti di Croazia, Serbia, Francia e Grecia. Abbiamo perso ben 10.000 posti di lavoro diretti e nell’indotto.
L’erario, oltre ad avere incassato una cifra minima dell’imposta, ha lasciato sul campo 630 milioni di euro per mancati introiti, fra IVA sui consumi connessi alla manutenzione e all’uso della barca, IVA e accise sul carburante, oltre a 50 milioni di euro persi dalle società pubbliche che gestiscono gli ormeggi. Va detto che, fra le altre cose, tutta una serie di interventi, circa una cinquantina che erano in atto, che dovevano essere cantierizzati per l’ampliamento e la realizzazione di nuove darsene, non è partita e in alcuni casi è stata rallentata, ovviamente, con un impatto sul prodotto interno lordo nazionale, visto e considerato che stiamo parlando di cifre a nove zeri.
Col Governo Letta abbiamo abolito la tassa sul possesso delle imbarcazioni minori, che ha prodotto una inversione di tendenza, mentre con la legge di stabilità del 2015 del Governo Renzi abbiamo riconosciuto i Marina Resort, le porzioni dei porti destinate all’ormeggio a breve per il pernottamento a bordo, rendendo così applicabile l’IVA al 10 per cento, che però scade al 31 dicembre del 2015 e che riteniamo vada riconfermata e resa strutturale per consolidare il rilancio dei flussi turistico-nautici. Per questo è importante la modifica regolamentare che viene normata da questo codice della navigazione che stiamo esaminando e che dispone l’equiparazione, a tutti gli effetti, dei Marina Resort alle strutture ricettive all’aria aperta organizzate per la sosta e il pernottamento di turisti all’interno delle proprie imbarcazioni appositamente attrezzate: di fatto, viene applicato il 10 per cento di IVA al posto del 22 per cento, come avviene oggi per quanto riguarda tutte le attività che sono su demanio marittimo, a partire da quelle dell’arenile.

Penso che la delega al Governo per la riforma del codice della nautica sia lo strumento appropriato per agire non in una logica di mera deregolamentazione, bensì di una sburocratizzazione, di una semplificazione, che agiscano sulle procedure, facendo diventare più attraente ormeggiare nei nostri porti i turisti che vengono da Paesi con norme più semplici e più efficaci. Credo non sia superfluo ricordare che l’indotto derivante dall’uso turistico della barca generava un contributo al PIL che, secondo il Censis, nel 2009 si aggirava sui 4,5 miliardi di euro (oggi ne vale 1,5 miliardi) e che ogni 3,8 posti barca si produce un posto di lavoro. Mediamente un marina resort turistico genera 70 posti di lavoro, fra addetti diretti e indotto. Per cui, la riforma del codice della nautica da diporto rappresenta un’ulteriore opportunità per sostenere sviluppo e lavoro e per dare un contributo robusto ad un segmento importante come il turismo, che, come la nautica da diporto, è un vero e proprio settore industriale. Ogni porto, ogni marina resort – abbiamo 170.000 posti barca e 20.000 in costruzione – è una porta di accesso ai nostri territori, alle nostre bellezze artistiche, monumentali, paesaggistiche, alle tipicità enogastronomiche. La spesa media giornaliera del turista nautico è di 128 euro, di cui 26 di pernottamento e spese portuali e 102 euro di spesa territoriale fra shopping, ristorazione, cultura, divertimento, e la nautica si integra profondamente con il turista e con l’economia blu, su cui da tempo anche l’Europa sta spingendo, perché si vada a mettere in piedi delle politiche efficaci, anche industriali, di sostegno del settore.

Mi sono soffermato molto sugli aspetti legati alla integrazione fra nautica da diporto e turismo, ma voglio evidenziare che le modifiche del codice sono anche sostanziali, per meglio definire il porto turistico; si istituisce la figura professionale – come veniva ricordato – dell’istruttore di vela con il relativo possesso di brevetto; regolamenta le sanzioni per chi conduce unità da diporto in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, ma anche per chi causa danni ambientali. Concludendo, mi auguro che la discussione possa servire anche per sfatare un tabù, cioè che la nautica diportistica è una cosa che riguarda i ricchi – così è sempre stato in passato e così si è sostenuto –, dimenticando che l’Italia vanta 1,5 milioni di appassionati di barca, da coloro che hanno il gommone (ce ne sono da 3 mila euro, che costano esattamente la metà di una bici da corsa !) a chi possiede barche di lusso. Ma soprattutto, spero che anche questo mio intervento possa servire ad apprezzare un importante segmento della nostra economia, del lavoro e del talento, della capacità di innovazione di donne e uomini, lavoratrici e lavoratori, imprenditrici e imprenditori primi nel mondo, che onorano il nostro made in Italy. In passato c’è chi ha detto che l’Italia è un Paese di navigatori; ha omesso di dire che per navigare servono buone e sicure imbarcazioni, ed è ciò che sappiamo fare meglio di altri.

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