Elezioni regionali fra astensionismo e nomadismo elettorale

Come accade ad ogni competizione elettorale, le letture del voto sono prevalentemente improntate alla partigianeria, per cui personalmente cerco di partire innanzitutto dai numeri.
Su sette regioni in cui si è votato i candidati del PD si sono affermati in 5 (Marche, Umbria, Toscana, Campania e Puglia) mentre il centrodestra in due (Veneto e Liguria). Il Pd ha strappato al cd la Campania e la Liguria è passata al cd. Oggi il Pd esprime ben 16 Presidenti regionali (mai successo prima!).
Ma il vero protagonista di queste elezioni è stato il bassissimo livello di partecipazione: poco meno del 54% (circa il 10% in meno di quelle del 2010)
Le elezioni regionali dal 1975 ad oggi sono state sempre quelle meno partecipate e non è un caso se nei circa 700 comuni in cui si è votato ( e si dovrà rivotare per i ballottaggi il 14 giugno) la media dei votanti è stata superiore di un 10%.
Tuttavia, come emerge dalla tempestiva ricerca fatta da Demopolis, su quasi 19 milioni di elettori solo il 45% ha espresso un voto valido ad una lista (piu di 9 mln) motivando tale scelta come manifestazione di sfiducia nella politica (40%), mancanza di fiducia nel partito votato precedentemente (27%) e per scarsa fiducia nei candidati locali in lista. Dulcis in fundo 1,5 mln ha votato solamente il candidato presidente o ha espresso un voto non valido.
L’astensionismo ha penalizzato quasi tutti i partiti. Su 100 elettori che avevano votato Pd alle europee del 2014, 62 hanno rivotato Pd, l’8% ha votato altre liste e ben il 30% non è andato a votare.
Anche gli elettori del M5S si sono mossi nella stessa direzione: il 60% hanno rivotato come alle politiche, l’11% ha votato altre liste e il 30% non è andato a votare. Solo la Lega aumenta i voti facendo incetta, in particolare, di voti forzisti in uscita, ma anche di tutti gli altri partiti.
Credo che il risultato elettorale rispecchi le vicende politiche che si sono dipanate dalle elezioni europee ad oggi. Allora il PD, trascinato dalla dirompente azione politica di Renzi, raccolse il 41% e di questo ne beneficiarono anche i capilista (Moretti,Bonafè…) e il Pd arrestò l’ascesa del M5S che prese meno voti delle politiche del 2013.
Penso che oggi raccogliamo i frutti di un anno in cui le liti interne, i veti, le scissioni successive alle primarie hanno allontanato una parte consistente di quell’elettorato che ci aveva dato fiducia alle europee.
I risultati in Liguria sono eclatanti ma anche in Veneto. Possiamo dire che i candidati probabilmente non erano competitivi per quelle elezioni regionali? Le vittorie in Toscana, Marche (ottima la candidatura di Ceriscioli che ha stroncato il voltagabbana Spacca), Umbria ( anche se sofferta e in una regione dove un anno fa abbiamo perso il comune di Perugia) e le due candidature forti e riconoscibili di Puglia e Campania mi convincono che probabilmente con Orlando avremmo vinto in Liguria (ma avremmo perso un ottimo Ministro della Giustizia).
Sicuramente la decisa azione riformista del Governo Renzi ha toccato molti nervi scoperti e interessi corporativi, ma guai fermarsi ora, proprio nel momento in cui si vedono i primi positivi risultati con l’aumento del Pil (+0.3 nel primo trimestre) e una prima riduzione della disoccupazione come certificato proprio oggi (-0,6% nel primo trimestre 2015 sul 2014 e diminuisce la disoccupazione giovanile al 40% mentre aumentano gli occupati) grazie al taglio contributivo, dell’Irap e al Jobs act.
Penso che ogni tornata elettorale abbia la sua storia e abbiamo il tempo per convincere coi fatti chi non è andato a votare di rivotarci. Abbiamo di fronte la grande responsabilità di governare bene le regioni (soprattutto dopo il superamento delle provincie) e continuare decisi sulle riforme, sulla riduzione dei costi e dei privilegi della politica, sul sostegno allo sviluppo economico e occupazionale.
Questo richiede che il partito sia il luogo in cui dibattere e confrontarsi con regole chiare e con quella onestà intellettuale che troppe volte ha latitato.

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