scritti di e su Tiziano Arlotti

Un Ragazzo del ’99

“In questa narrazione autobiografica ho cercato, attraverso i fatti e i ricordi più nitidi, di offrire uno spaccato di vita amministrativa e politica di un decennio attraverso i protagonisti sul palcoscenico della città, Rimini.
Su quel palcoscenico c’ero anch’io, coi miei slanci ideali, i miei limiti, la mia passione nell’affrontare i problemi e nel relazionarmi con persone, organizzazioni e istituzioni.”


Rimini, 14 ottobre 2010
(da Chiamami Città)

La festa dedicata a San Gaudenzo, il patrono di Rimini, il giorno 14 ottobre, a partire dalle ore 14.30, è l’appuntamento che celebra il concetto di “riminesità” nel modo più compiuto. In occasione della festa del Santo Patrono, il centro storico si riempie di stand con gastronomia, prodotti tipici, dolciumi, vini, bigiotteria e articoli vari.
L’evento, rappresenta il momento in cui Rimini, si ritrova borgo dopo essere stata una metropoli durante l’estate, facendo diventare la celebrazione della festa del Santo Patrono della città, un’occasione di incontro per tutti i cittadini. (…)
La conduzione è affidata a Tiziano Arlotti, consigliere comunale a Rimini e noto volto televisivo di un “Zir par la Rumagna“, trasmissione televisiva che va in onda su una rete locale e che non ha bisogno di molte presentazioni perché è conosciuta da tutti e che è stata condotta per tanti anni dal compianto Marco Magalotti. Tiziano Arlotti e Amos Piccini daranno lezioni di dialetto a tutte le persone che interverranno in piazza Cavour a Rimini il giorno 14 ottobre, festa di san Gaudenzo, Santo Patrono della città.
(…)

Il Ponte
C’è sempre chi è in zir par la Rumagna
Di Patrizio Placuzzi
4 febbraio 2010

Oltre 1.000 puntate in 32 anni di vita. Programma ancora applaudito.
(…)  “In zir par la Rumagna – assicura Tiziano Arlotti, attuale conduttore della trasmissione – è qualcosa di più profondo di una trasmissione prevalentemente folkloristica. Ha raccontato per tanti anni le storie dei paesi e delle genti della Romagna, non un semplice remake, bensì per vivere consapevolmente il presente.
Quando nel 2007 ho deciso di occuparmi di In zir dalla Rumagna mi sono impegnato a raccogliere la documentazione relativa alle trasmissioni. Sono state riversate su dvd 800 cassette della trasmissione, il materiale è conservato presso la cineteca comunale di Rimini e il centro di documentazione del dialetto di Santarcangelo: rappresenta un patrimonio di inestimabile valore”.

Arlotti, cos’è cambiato nella conduzione rispetto a quando c’era Marco Magalotti?
“Il filone è lo stesso, raccontare la vita di un territorio partendo dalle cose anche più semplici. Andrò nei prossimi giorni in una casa di campagna dove ancora si smette il baghino come si faceva una volta. La forza di In zir par la Rumagna è la varietà degli argomenti trattati”.
È un grande contenitore in cui trovano spazio tutte le manifestazioni, da quelle sportive a quelle culturali ed enogastronomiche, e anche naturalmente quelle folkloristiche: vai col liscio e la musica romagnola.
“In questo senso In zir par la rumagna ha fatto scuola, nel senso che anche molti network nazionali si sono ispirati al suo modello. Il primo esempio che mi viene in mente è la trasmissione Linea Verde di Rai Uno”.

La trasmissione è molto seguita, riscuote un buon indice di gradimento da parte del pubblico. Va in onda tutte le domeniche alle ore 12 e in replica, tutti i martedì alle ore 21.30. Perché nell’epoca della globalizzazione ha ancora questo appeal?
“In zir par la Rumagna esiste da 32 anni, e nonostante il tempo sia passato, non ha perso la freschezza e la capacità di raccontare il territorio anche tenendo conto dei cambiamenti sociali e demografici che nel frattempo sono avvenuti in Romagna e nella provincia di Rimini. In questo contesto, il dialetto assume una rilevanza fondamentale per custodire l’identità di un territorio, anche rispetto ai mutamenti avvenuti con l’arrivo di tanti immigrati. Insomma, in una società multietnica, In zir par la Rumagna trova ancora lo spazio per legittimare la sua esistenza, anzi si propone come elemento culturale unificante anche rispetto agli stranieri che sono venuti a vivere e lavorare a Rimini e in Romagna”.

Ci racconti un episodio gustoso. Ne avrà talmente tanti nel cassetto dei ricordi…
“Nella scuola elementare di Spadarolo si doveva dare una recita in dialetto sul tema delle quattro stagioni. C’era anche un bambino di colore al quale era stata assegnata la parte in italiano. Bè, lui si è rifiutato di parlare in italiano e ha chiesto di recitare in dialetto come gli altri. Penso che sia un bell’esempio di integrazione, basato sul senso di appartenenza a una comunità”.

Ma c’è un’altra peculiarità della trasmissione: la capacità di raccontare il fermento, la voglia di fare che esiste fra le nostre genti.
“Stiamo parlando di una comunità in fermento, che si esprime attraverso le Pro loco che sono associazioni indipendenti dalla politica. Esistono una miriade di associazioni, partendo dai Radech a quella micologica, che hanno lo scopo di valorizzare anche in chiave enogastronomica le particolarità del nostro territorio”.

Naturalmente in ogni trasmissione che si rispetti, c’è un personaggio, il personaggio.
“I nostri sono diversi: da Oristano e mariner di Igea Marina, a Secondo Urbini passando da Berto ad Minghet”.

Arlotti, lei dal 2005 conduce anche un’altra trasmissione dal titolo I nostri tesori.
“In un certo senso è l’ideale compendio de In zir par la Rumagna: parla di chiese, palazzi antichi, scoperte archeologiche in provincia di Rimini e anche di alberi secolari che svettano sul territorio”.

Nel 2003 scoppia la querelle sulla piadina

“Durante l’agosto 2003, a Rimini – grazie al ‘Carlino Rimini’ – si è accesa una succosa disfida attorno alla piadina e alle sue origini che ha travalicato i nostri confini, diventando un caso nazionale per merito dei Media che l’anno rilanciata. Una inaspettata pubblicità che – partita come un gioco sotto l’ombrellone – culminò con la trionfale serata in Piazzale Tiberio dove migliaia di riminesi si ritrovarono per rendere omaggio alla loro piadina (riminese ovviamente!) in questa tenzone non poteva mancare il mio contributo pubblicato sullo stesso quotidiano.”
(Tiziano Arlotti, da: Tutta Colpa del Barbiere)

Comitato per la valorizzazione della piada riminese com’era e dov’era

I componenti del Comitato:
in ordine alfabetico
Tiziano Arlotti – Assessore Comune di Rimini
Gianpaolo Bettamio – Senatore della Repubblica
Ennio Carrando – Presidente Società De Borg
Riccardo Fabbri -  Dirigente Provincia di Rimini
Mauro Gardenghi – Segretario Confartigianato provinciale
Andrea Gnassi – Consigliere regionale
Daniele Imola – Sindaco di Riccione
Marco Lombardi – Consigliere regionale
Maurizio Melucci – Vicesindaco di Rimini
Mauro Morri – Assessore Comune di Santarcangelo
Stefano Pivato – Assessore Comune di Rimini
Alessandro Ravaglioli – Consigliere Comune di  Rimini
Gioenzo Renzi – Consigliere Comune di Rimini
Fernando Santucci – Delegato prov. Accademia Italiana Cucina
Meris Soldati – Segretario CGIL provinciale
Francesco Zavatta – Presidente Confartigianato provinciale
Stefano Venturini – Presidente Confcommercio provinciale

La piada è un monumento del nostro territorio
La piada deve essere riminese e farcita come vuole la nostra tradizione, merita l’IGP
La polemica gastronomica infuria nei giorni di fine estate 2003, coinvolgendo in maniera trasversale esponenti di tutte le fazioni.
La piada, antico piatto dei poveri, simboleggia, in questi tempi di frenetica ricerca del “nuovo”, il caposaldo di una tradizione rinnovabile sì, ma non alterabile.

Attualità
(dal Sito di Repubblica)
Viaggi. Le biciclette di Rimini
Di Jenner Meletti

Con gli incentivi del governo, la città romagnola ha fatto incetta di quelle che qui si chiamano ancora “biciclette”. E ora ha il rapporto due ruote per abitante più alto d’Italia. E una tradizione da rispettare quasi come una religione, da Casadei a Oriani a Pantani

(…)
Da queste parti la bicicletta è quasi una religione. «A Bologna – dice Tiziano Arlotti, cinquant´anni, consigliere comunale che, quando era assessore, ha moltiplicato le piste ciclabili - per sciogliere un voto si sale a piedi verso San Luca. Qui invece si va in bici «a fare le coste di Sgrigna», una strada piena di curve e salite che da Rimini arriva a Verucchio. Venticinque chilometri e il voto è sciolto». Venti chilometri di piste ciclabili nel 2001 (quando l´assessore iniziò il suo mandato ai lavori pubblici), settanta oggi, ma già ci sono progetti per arrivare a centoventi. «Il centro della città è un invito alle due ruote.

Dall’Arco di Augusto al Ponte di Tiberio c´è appena un chilometro. Ma le piste delle bici sono necessarie soprattutto fuori. Ce n’è una bellissima che dal mare porta a Torriana, immersa nel verde del greto del Marecchia. Ne abbiamo un’altra fra l’Ausa e Montescudo, sull’asse del Marano. La domenica è uno spettacolo, con le famiglie in gita. Il papà davanti, i figli dietro e la mamma che chiude la comitiva. Sulla strada verso Sogliano, in primavera, quando fioriscono le acacie e i sambuchi, ti sembra di sentire i profumi del paradiso.

Per qualche anno, con il boom delle automobili, i riminesi si erano dimenticati, come si dice qui, di esser “nati in bicicletta”. Adesso l´hanno riscoperta, perché la bici la parcheggi dove vuoi, non ha fumi di scarico e alla fine è più veloce di un fuoristrada. Una nuova pista ciclabile ti cambia la vita. Quando ne apri una nuova, cambi la vita della gente: auto che restano in garage, bici che escono dalle cantine. E se trovi anche il trenta per cento di sconto…».

Sul lungomare, bimbi in bici con le ruotine fanno le prime pedalate. «Noi – ricorda Tiziano Arlotti – imparavamo con le biciclette dei grandi, quelle con il cannone. Ci si infilava sotto, di traverso, con le mani sul manubrio là in alto. Si frenava con il tallone delle scarpe. Poi, quando avevi la “tua” bici, arrivava la felicità. Correvi sul ghiaino, scivolavi in curva e ti scorticavi dappertutto ma a casa non dicevi niente altrimenti prendevi anche uno scapaccione.

Quelli che non avevano la bici ti correvano dietro, se eri buono gliela facevi provare». «Quando salgo in bicicletta – qui a Rimini ricordano che come presidente delle case popolari invece di un’auto di rappresentanza feci acquistare due biciclette – io torno ragazzo. Sulle due ruote sembra di essere dentro un film di Sergio Leone, con le inquadrature lente. E senti gli odori: l´erba appena tagliata, la terra arata, la polvere quando inizia a piovere… Una sola cosa è cambiata: quasi nessuno è più in grado di riparare il proprio mezzo.

Dietro la sella, un tempo, c´era il borsellino di cuoio. Dentro, le due leve di ferro per togliere il copertone, la carta vetrata, il tubetto del mastice e i pezzi di camera d´aria pronti per tappare le forature. A dieci anni sapevi aggiustare la tua bicicletta e la pulivi ogni domenica mattina, con lo straccio bagnato nella nafta del trattore». «Un bès in bicicleta», cantava Secondo Casadei. «Caricavi la morosa sul cannone, prendevi la discesa… Se cadevi nel fosso – c´era chi lo faceva apposta – avevi l´occasione di rotolarti un po´ con lei… La bici è anche maestra di vita. Ti insegna a misurare le forze, a fare il passo secondo le gambe.

Trovi quello che va più piano e anche quello che ti sorpassa e non lo vedi più. Ormai lo dicono tutti: hai voluto la bici… “T´è vlù la bicicleta, adess pidela”. I nostri padri ce lo dicevano sempre. Per farci capire che la vita può essere anche fatica ma che, se pedali con il passo giusto, ce la puoi fare».

I riminesi lo dicono così
Manuale d’uso in dialetto
(Il FO Romagna, 28 ottobre 2008)

Segni particolari: un amore appassionato per la propria terra. È certamente questa la cifra distintiva di Tiziano Arlotti, consigliere comunale, conduttore di programmi televisivi, scrittore di poesie e saggi che torna in libreria in questi giorni con “U s dis isé”, proverbi e detti in dialetto riminese.

Edito da Panozzo, si tratta di un agile volumetto che raccoglie decine e decine di modi di dire, suddivisi in nove capitoli. Si comincia con la “Saggezza popolare”. Un esempio? “Lasa stè e’ chen quand ch’e’dorma” (non disturbare il cane quando dorme), a cui l’autore aggiunge una breve spiegazione: “Non andare in cerca di guai”. Il secondo capitolo è dedicato a “Dabbenaggine, scarso valore” e qui spicca, tra i vari detti, un motto in cui è presente un termine del tutto riminese arrivato, grazie ai comici, anche sulla televisione nazionale: invornito. Arlotti riporta il detto “L’è invurnid cumè ‘na topa” (è tonto come una talpa). Nessun commento aggiunto, più chiaro di così…
Si continua con i capitoli intitolati a “Furbizia, presunzione, disonestà, imprecazioni”, “Operosità, vivacità, stravaganza”, “ Denaro, avarizia, ricchezza, povertà, fortuna, sfortuna”. Segue un capitoletto lapidario nella sua definizione: “Mangiare”, in cui i riminesi appaiono piuttosto ingordi, a giudicare dai detti dialettali riportati, tra cui: quello che non strozza ingrassa, sono pieno come un uovo, mangia come un bue, mangia come un maiale… e via recitando.

Dopo gli eccessi della gola, arriva la punizione con il capitolo “ Salute, malattia morte”, a cui seguono “Amore, matrimonio, sesso” e “Mesi dell’anno, festività, fenomeni atmosferici”.

«Esistono proverbi e detti che sono unici – scrive Arlotti nell’introduzione – e che rappresentano un patrimonio, perché i detti in dialetto sono una miscela di saggezza, arguzia, ironia, capacità di osservazione, goliardia». Molti detti, continua l’autore, «sono radicati nelle origini contadine e rurali, ma non ne mancano di più recenti, neologismi dialettali che ci dicono come il nostro dialetto (e anche gli altri, del resto) sia una lingua viva».

Arlotti racconta come, nella sua veste di consigliere comunale a Rimini, abbia presentato un’interrogazione per chiedere che s’i nsegnasse il dialetto nelle scuole. «L’ho fatto – spiega – perché ritengo che l’identità di una comunità si cementi attraverso la conservazione e la valorizzazione, ma anche l’attualizzazione, della sua storia, delle sue tradizioni, della sua lingua. La sua lingua, per l’appunto: il suo dialetto».
Il volume “U s dis isé” è arricchito con la riproduzione di alcune opere di artisti riminesi, tra cui Edoardo Pazzini, Luigi Pasquini, Mario Valentini e altri. Distribuito nelle librerie locali.

Rimini – Notizie Zeinta de Borg – mer 09 set 2009 (da Chiamami Città – di Leonardo Agolanti)

Fenomenologia del pataca
In un libretto, Tiziano Arlotti ce ne svela tutti i segreti

Vi è da riflettere seriamente su quanta attenzione sia da sempre dedicata ai pataca, alle patacate. Fellini ci ha vinto un Oscar, una delle principali compagnie telefoniche nazionali oggi gli fa ruotare attorno la propria campagna promozionale (mica invorniti, verrebbe da pensare). E poi c’è una ricca pubblicistica attorno a questo tema. Merita una segnalazione il libretto fresco di stampa di Tiziano Arlotti, consigliere comunale, ex assessore, amante di Rimini e dei suoi tesori, da un paio d’anni conduttore della storica trasmissione televisiva “In zir par la Rumagna”. L’opera s’intitola “L’ora de’ pataca” e sviscera in tutti i suoi aspetti questa parola, questo stile di vita, questo status simbol alla rovescia.
Ma perché la gente decide di versare fiumi d’inchiostro sulle patacate? Perché siamo così legati a questo essere pataca, pur nella sua accezione negativa, tanto che esiste – lo ricorda Arlotti – addirittura un club esclusivo (l’Associazione pataca romagnoli) che ogni anno assegna l’ambito (!) titolo di Re dei Pataca ed ha nominato addirittura un Faraone? La risposta è semplice: essere pataca è una macchia che si può lavare via, chi ancora non ha fatto una grossa patacata nella vita stia certo che prima o poi ci cascherà, anzi, scagli la prima pietra chi non si è mai sentito un vero patacone almeno una volta. “L’ora de’ pataca” lo dice chiaramente – anzi, in questo ci fa sentire anche un po’ meglio – e malgrado una parte ‘vietata ai minori’ (quella che analizza il pataca declinato al femminile…) è consigliato a chi vuole avere un quadro generale dell’argomento.

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